mercoledì 27 agosto 2014

Buñuel fa cagare

Qualche giorno fa ho involontariamente dato il via ad una discussione con questo tweet:

#MorivaOggi Luis Buñuel, regista. Ha girato dei film assurdi e senza senso, ma guai a dirlo o si passa per ignoranti.
Come ben saprà chi mi segue su Twitter, ogni mattina ricordo un personaggio il cui anniversario di morte ricorre quel giorno, a volte con ironia altre volte con rispetto a mia insindacabile discrezione.
In questo caso ironizzavo sul cinema surrealista, di cui Buñuel è uno dei più grandi esponenti, un genere un po’ di nicchia i cui film più rappresentativi probabilmente saranno stati visti solo da chi doveva dare l’esame di Critica del Cinema all’Università.
Chi ha visto pellicole come “Un chien andalou”, “L’âge d’or” e “Intolleranza: Simon del deserto” ha certamente attraversato 3 fasi distinte:
a) Si è fatto due coglioni così;
b) Ha probabilmente apprezzato il genio del maestro;
c) Si è vantato con qualcuno di averlo visto (facendo magari anche a lui due coglioni come mongolfiere) perché se le facoltà umanistiche sono utili a trovare lavoro come lo è una forchetta per bere il brodo, almeno che servano a fare apparire colti, per la miseria.
Ho visto i film citati ed altri appunto per un esame ed ho apprezzato il loro valore storico: sono provocazioni, veicoli di sensazioni forti volti a suscitare nello spettatore delle emozioni oniriche.
Tutto bello, ma secondo me il mezzo più efficace per questo scopo è la tela del pittore: non a caso sia Bunuel che Alfred Hitchcock - regista decisamente più mainstream - si sono avvalsi della consulenza di Salvador Dalì per le loro pellicole surrealiste (Hitchcock nella bellissima sequenza del sogno di “Io ti salverò”).
Consideriamo poi gli anni in cui si sviluppa questa corrente. Siamo attorno al 1930 e la computer grafica e gli effetti speciali sono fantascienza: la pittura si trova avvantaggiata rispetto alla pellicola a rappresentare sensazioni oniriche e situazioni surreali.
Per queste ragioni, nonostante abbia capito (almeno così è attestato sul libretto universitario) le ragioni delle pellicole surrealiste, a me non è che piacciano molto. Non mi piacciono affatto, anzi. Hanno certamente un valore storico e meritano di essere studiate, ma le trovo noiose.
Studiare qualcosa non significa che alla fine devi trovarti d’accordo e deve appassionarti. Studiare alcunché (la storia, l’arte, la fotografia, il cinema etc) serve a farti comprendere le ragioni di certe scelte ed il perché certi avvenimenti si sono verificati. Ma non implica affatto farli propri.
Mi è stato spiegato perché Pollock adottava quella bizzarra tecnica di pittura, lasciando cadere gocce di colore sulla tela. OK, ho capito cosa c’è dietro (di nuovo, il libretto universitario lo attesta), ma mi fa cagare lo stesso.
E’un problema personale che ho con le provocazioni artistiche (e con le provocazioni in generale): le apprezzo finché restano episodi unici, quando diventano una cosa ripetitiva, lunga, un marchio di fabbrica dell’artista divento intollerante. Nelle opere d’arte li sopporto un po’ di più perché è l’osservatore che decide il tempo delle visione; puoi trascorrere davanti ad un quadro di Dalì una giornata intera o solo 3 secondi: sei tu a decidere quando basta.
Un film invece, per poter dire di averlo visto, devi necessariamente aspettare almeno fino ai titoli di coda: non hai la possibilità di terminare esaustivamente l’esperienza prima.
Ogni quadro surrealista poi è una provocazione individuale, un film è un susseguirsi di provocazioni. Puoi guardare un quadro di Dalì, oggi ed un altro tra 2 settimane, ma “Un chien andalou” (nonostante sia composto da una serie di sequenze) è studiato per vedertelo tutto di fila. Provocazioni a raffica mi rompono.
E’ come se, per stupire gli amici durante una cena, ad un certo punto mi tirassi fuori il pisello. Farebbe ridere (sicuramente le ragazze) la prima volta, ma poi basta. Se passassi tutta la serata a tirarmi fuori l’uccello ogni due minuti, i miei commensali si stuferebbero e nella migliore delle ipotesi chiamerebbero la neuro.
Ripeto, sono gusti personali ed il gusto e le idee sono qualcosa che non sempre cambiano con lo studio e la conoscenza. Possiamo fare studiare ad un ateo la Bibbia, ma non è detto che questa lettura gli faccia credere in Dio. Possiamo costringere un leghista a vedere le condizioni dei paesi d’origine dei profughi, ma è improbabile che stracci la tessera di partito.
Sapere è una cosa, sentire è tutt’altro paio di maniche.
Tutta questa menata per dirvi solo che il tweet da cui tutto è partito era solo una battuta: se non vi piace fatevi i cazzi vostri che - come noto - si campa cent’anni.
Cordialità,
Il Triste Mietitore