martedì 26 agosto 2014

Elogio del barbiere

dal barbiere
Non c’è niente che odio di più al mondo di quelle che persone che mi criticano il taglio di capelli dopo che sono stato dal barbiere. Tra noi uomini è diverso che tra voi donne: basta che abbiate un singolo capello spostato di un mm a sinistra per fare partire un “Teeesooooorooo! Ma sei stata dal parrucchiere? Stai un amore!”. E poi corre a parlarvi male alle spalle con la vostra migliore amica. No, tra noi maschi non funziona così: devi proprio annunciare ai tuoi amici che sei appena stato dal barbiere, altrimenti nessuno se ne accorge. Questo anche perché portiamo lo stesso taglio dal 1937, tramandato gelosamente di padre in figlio.

A me ad esempio piace portare i capelli un po’ lunghi (al diavolo l’iconografia della Morte come un teschio calvo): intendiamoci, non ho una lunga treccia che mi frustra il culo ma neppure un taglio da galeotto delle pubbliche prigioni. Li porto tengo di lunghezza media, insomma, che mi faccio spuntare di tanto in tanto.
Ecco, detesto quelli che mi dicono, di ritorno dal barbiere: “Ma sei davvero stato dal barbiere? Ma te li ha tagliati poco! Quanto hai speso? 20 euro? Sono troppi, doveva tagliarteli di più!”.
Brutte teste di cazzo sceme come un mulo e due volte più brutte.
Un barbiere è un’artista e l’arte non si giudica ad un tanto al metro. C’è un aneddoto su Michelangelo, al quale un mercante aveva commissionato un busto. Una volta che questo fu completato, il committente tentò di tirare giù il prezzo stabilito cercando di calcolare il numero di ore effettivo che l’artista aveva impiegato. Michelangelo un po’ lo stette a sentire, poi prese un martello e spaccò il busto: il valore dell’opera di un’artista non si conteggia in quel modo!
Con questo non voglio dire che il mio barbiere sia paragonabile a Michelangelo: non è uno scultore, ma un maestro Zen. Già, perché entrare nel suo salone mi rilassa come potrebbe fare solo una cerimonia del tè giapponese.

Entro e vengo accolto da una buona musica: non quella della radio, ma una selezione di artisti jazz i cui cd mixa di persona. Le poltrone per i clienti in attesa sono morbidissime e di solito ci vado solo quando ho almeno un paio di persone davanti, per godermi l’attesa. Su di uno scaffale tiene delle riviste per i quelli che aspettano il loro turno: ci sono numeri di Focus, Tex, Topolino – io leggo sempre questi – e Dylan Dog. In una atmosfera rilassante l’attesa non mi pesa, anzi, è un piacere, un dolce preludio.

Quando viene il mio turno mi accomodo sulla sedia, mi viene messa una mantellina ed arriva la fatidica domanda: “Come li facciamo?”. “Una spuntatina” e seguono sempre le solite domande sulla lunghezza della frangia, se voglio le basette sfoltite o rasate e come li preferisco dietro. Un cosa importante da precisare: il mio barbiere è un fine psicologo. Se vede che hai voglia di fare due chiacchiere si rivela un abile intrattenitore, spaziando dalla situazione politica, all’economia ed al gossip. Se si accorge che vuoi farti i cazzi tuoi, aprirà la bocca solo per informarsi su come vuoi i capelli e per comunicarti quanto hai speso.

Si incomincia dunque con il taglio: ha 36 forbici e non ti puoi alzare finché non le ha usate tutte. Le sforbiciate hanno un andamento ritmico con pause sempre uguali da 30 anni a questa parte. Ti mostra con uno specchio il risultato ed attende la tua approvazione prima di passare alla fase successiva: il rasoio. Ne ha uno modello Sweeney Todd, la cui lama esamina e cambia ogni volta: anche questo gesto fa parte della cerimonia. Con il pennello da barba dimostra davvero di essere un maestro in questa nobile arte: affonda rapidamente l’indice della mano destra nel sapone mentre con la sinistra inumidisce le setole sotto l’acqua e forma la schiuma con gesti eleganti e decisi, sempre identici nel tempo. Seriamente, potreste cronometrarlo: lo sgarro massimo tra un’esecuzione e l’altra è al massimo dell’ordine del decimo di secondo. Dopo il piacevole brivido della lama sulla pelle ti spruzza il dopobarba, che da quanto brucia direi essere una miscela di assenzio e benzina verde: una veloce phonata, spazzola, pettine ed un po’ di gel (a discrezione).

Ti toglie la mantellina ripulendoti con un pennello dei capelli tagliati, un po’ di talco e l’esperienza è finita. Va nel retrobottega a prendere scopa e paletta, le appoggia vicino a sé e ti prepara la ricevuta. Ha sempre fatto così: mai una volta che abbia accennato a spazzare per terra prima di presentarti il conto. Mai. Anche poi la cifra è sempre rimasta immutata: 15 euro solo taglio, 20 con shampoo.

Esci dalla sua bottega felice, rigenerato nel corpo, nello spirito e nella chioma. Artisti come lui non ce ne sono e non ne nasceranno più. Quando andrà in pensione mi farò davvero crescere i capelli così lunghi da frustrami il culo mentre cammino.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

photo credit: Kaptain Kobold via photopin cc