Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post

giovedì 6 novembre 2014

Due opinioni sul film no-profit Vittima degli eventi


Ieri sera ho deciso di guardare Vittima degli eventi, il film no-profit basato su Dylan Dog che sta spopolando in questi giorni: siccome è su Youtube ho preso il tablet, mi sono infilato a letto sotto le coperte ed ho iniziato la visione.

Dopo 30 minuti mi sono svegliato dal mio stesso russare, con l'iPad - che mi faceva da cuscino - tutto sbavato. Ho riprovato ancora e questa volta è stato il gatto a destarmi, zampettando sulla tastiera del tablet abbandonato sulle mie ginocchia (gli ultimi tweet credo li abbia scritti lui).
Insomma, non è che il film mi abbia preso particolarmente.

Stamattina, a mente sveglia e con 2 caffè in corpo, sono finalmente riuscito a terminarlo e posso quindi esprimere una serie di critiche obbiettive (anche addormentarsi durante la visione è una critica comunque):

  • La storia è banalotta anche per 50 minuti di film. E' qualcosa che poteva benissimo essere narrata in 10 minuti: i restanti sono di contorno in questo contesto. Con quasi un'ora a disposizione si poteva fare di più.
  • L'aiuto a cui ricorre Dylan per sbrogliare la matassa è da facepalm prendendo la rincorsa da Londra fino a Roma. Non voglio svelare nulla, ma nello sport si chiama doping.
  • Da Londra a Roma si diceva: il film è appunto ambientato nella capitale d'Italia. Se all'inizio questa licenza degli sceneggiatori mi ha fatto un po' storcere il naso, devo dire che poi alla fine non mi ha dato così tanto fastidio come mi aspettavo. Anche perché probabilmente c'erano delle assurdità più grosse da notare.
  • L'attore che interpreta Dylan non è assolutamente adatto alla parte. Non parlo di recitazione (si sente un po' marcato l'accento romano, ma siamo a Roma, cazzo), ma di fisicità. E' troppo in carne. Non ha gli zigomi pronunciati come converrebbe. E' alto un metro ed un mirtillo, oppure Groucho è un fottuto Watusso. Insomma, non è Rupert Everett di Dellamorte Dellamore.
  • Le gag con Groucho sono roba che a confronto Colorado Cafè è Drive In: orribili, banali, superflue e noiose. Quindi tecnicamente hanno reso bene il personaggio.
  • Gli attori famosi che si sono prestati a questo film senza fine di lucro hanno svolto un lavoro egregio. Anche troppo: la loro recitazione professionale contrasta decisamente con quella amatoriale degli altri.
  • Il comparto effetti speciali, la scenografia e la fotografia sono ineccepibili.  
  • Il finale è fastidioso come una palla che esce dalla mutande.

Nonostante queste aspre critiche devo ringraziare il regista per non aver stuprato il personaggio di Dylan Dog: è stata come una penetrazione con lo sputo al posto della vasellina, ma già questa è una cortesia che gli altri film commerciali si sono ben guardati dall'applicare.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

mercoledì 27 agosto 2014

Buñuel fa cagare

Qualche giorno fa ho involontariamente dato il via ad una discussione con questo tweet:

#MorivaOggi Luis Buñuel, regista. Ha girato dei film assurdi e senza senso, ma guai a dirlo o si passa per ignoranti.
Come ben saprà chi mi segue su Twitter, ogni mattina ricordo un personaggio il cui anniversario di morte ricorre quel giorno, a volte con ironia altre volte con rispetto a mia insindacabile discrezione.
In questo caso ironizzavo sul cinema surrealista, di cui Buñuel è uno dei più grandi esponenti, un genere un po’ di nicchia i cui film più rappresentativi probabilmente saranno stati visti solo da chi doveva dare l’esame di Critica del Cinema all’Università.
Chi ha visto pellicole come “Un chien andalou”, “L’âge d’or” e “Intolleranza: Simon del deserto” ha certamente attraversato 3 fasi distinte:
a) Si è fatto due coglioni così;
b) Ha probabilmente apprezzato il genio del maestro;
c) Si è vantato con qualcuno di averlo visto (facendo magari anche a lui due coglioni come mongolfiere) perché se le facoltà umanistiche sono utili a trovare lavoro come lo è una forchetta per bere il brodo, almeno che servano a fare apparire colti, per la miseria.
Ho visto i film citati ed altri appunto per un esame ed ho apprezzato il loro valore storico: sono provocazioni, veicoli di sensazioni forti volti a suscitare nello spettatore delle emozioni oniriche.
Tutto bello, ma secondo me il mezzo più efficace per questo scopo è la tela del pittore: non a caso sia Bunuel che Alfred Hitchcock - regista decisamente più mainstream - si sono avvalsi della consulenza di Salvador Dalì per le loro pellicole surrealiste (Hitchcock nella bellissima sequenza del sogno di “Io ti salverò”).
Consideriamo poi gli anni in cui si sviluppa questa corrente. Siamo attorno al 1930 e la computer grafica e gli effetti speciali sono fantascienza: la pittura si trova avvantaggiata rispetto alla pellicola a rappresentare sensazioni oniriche e situazioni surreali.
Per queste ragioni, nonostante abbia capito (almeno così è attestato sul libretto universitario) le ragioni delle pellicole surrealiste, a me non è che piacciano molto. Non mi piacciono affatto, anzi. Hanno certamente un valore storico e meritano di essere studiate, ma le trovo noiose.
Studiare qualcosa non significa che alla fine devi trovarti d’accordo e deve appassionarti. Studiare alcunché (la storia, l’arte, la fotografia, il cinema etc) serve a farti comprendere le ragioni di certe scelte ed il perché certi avvenimenti si sono verificati. Ma non implica affatto farli propri.
Mi è stato spiegato perché Pollock adottava quella bizzarra tecnica di pittura, lasciando cadere gocce di colore sulla tela. OK, ho capito cosa c’è dietro (di nuovo, il libretto universitario lo attesta), ma mi fa cagare lo stesso.
E’un problema personale che ho con le provocazioni artistiche (e con le provocazioni in generale): le apprezzo finché restano episodi unici, quando diventano una cosa ripetitiva, lunga, un marchio di fabbrica dell’artista divento intollerante. Nelle opere d’arte li sopporto un po’ di più perché è l’osservatore che decide il tempo delle visione; puoi trascorrere davanti ad un quadro di Dalì una giornata intera o solo 3 secondi: sei tu a decidere quando basta.
Un film invece, per poter dire di averlo visto, devi necessariamente aspettare almeno fino ai titoli di coda: non hai la possibilità di terminare esaustivamente l’esperienza prima.
Ogni quadro surrealista poi è una provocazione individuale, un film è un susseguirsi di provocazioni. Puoi guardare un quadro di Dalì, oggi ed un altro tra 2 settimane, ma “Un chien andalou” (nonostante sia composto da una serie di sequenze) è studiato per vedertelo tutto di fila. Provocazioni a raffica mi rompono.
E’ come se, per stupire gli amici durante una cena, ad un certo punto mi tirassi fuori il pisello. Farebbe ridere (sicuramente le ragazze) la prima volta, ma poi basta. Se passassi tutta la serata a tirarmi fuori l’uccello ogni due minuti, i miei commensali si stuferebbero e nella migliore delle ipotesi chiamerebbero la neuro.
Ripeto, sono gusti personali ed il gusto e le idee sono qualcosa che non sempre cambiano con lo studio e la conoscenza. Possiamo fare studiare ad un ateo la Bibbia, ma non è detto che questa lettura gli faccia credere in Dio. Possiamo costringere un leghista a vedere le condizioni dei paesi d’origine dei profughi, ma è improbabile che stracci la tessera di partito.
Sapere è una cosa, sentire è tutt’altro paio di maniche.
Tutta questa menata per dirvi solo che il tweet da cui tutto è partito era solo una battuta: se non vi piace fatevi i cazzi vostri che - come noto - si campa cent’anni.
Cordialità,
Il Triste Mietitore