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giovedì 27 novembre 2014

Sulle persone negative


Nella vita incontrerai delle persone con il super potere di fare apparire sbagliato tutto quello che fai. Demoliranno e scoraggerrano ogni tua attività.

Non parlo dei genitori, che cercano di dissuaderti da quelle cose che credono non ti porteranno nulla di buono: loro agiscono in buona fede (spesso comunque sbagliando di brutto, come la madre di Rocco Siffredi che lo rimproverava quando si chiudeva un bagno a masturbarsi).

Intendo gli individui tristi, frustrati che vedono merda ovunque tranne nelle cose che fanno loro.
Lodano le loro piccole imprese (tipo essere riusciti a 34 anni ad andare in bici senza le rotelle) e ridicolizzano le tue (come aver saltato il Grand Canyon su di un monopattino).

"Che vuoi che sia" "Non è niente di particolare" "Cosa c'è di esaltante in tutto questo" "Non ci riuscirai" "È inutile" sono solo alcune delle frasi costantemente nelle loro bocche.

Hanno una vita triste, trascorsa senza aver combinato nulla che sia degno di nota. L'unico modo che hanno trovato per far sopravvivere il loro ego, non potendo elevare troppo i (miseri) traguardi da loro raggiunti, è di abbassare tutti quelli degli altri.
Anche nella sfiga sono capaci di voler primeggiare: se gli spieghi che hai l'ebola e loro un banale raffreddore, sono capaci di dirti che almeno per la tua malattia c'è una cura sperimentale, mentre loro devono aspettare che passi da sola.

Se mai incontrerai uno di questi individui (e succederà di sicuro, perché sono ovunque, anche tra i tuoi amici) devi fare una sola cosa, senza pensarci troppo: mandarlo a fanculo con fermezza e decisione.

Cordialità, 
Il Triste Mietitore

mercoledì 5 novembre 2014

"Pensate che inculata se l'araba fenice venisse sotterrata" ed altri 10 aforismi



Le colpe dei padri ricadano sui figli. In particolare se hanno sempre votato DC.

Mi sono svegliato presto per ammirare la magia dell'alba. Voglio indietro i soldi del biglietto.

Mi sono reso conto che né io né la mia ragazza abbiamo foto l'uno dell'altra sul cellulare, ma solo del gatto. Siamo fidanzati con lui.

Se tutti siamo d'accordo, io baratterei l'erezione mattutina con una più utile serale.

La pioggia è uno stato d'animo. Ma aprite lo stesso l'ombrello.

Comunque Ermione, mentre D'Annunzio declamava "La pioggia nel pineto" era sul divano con un plaid e della cioccolata calda.

Prima di rispondere ad un insulto, conta fino a dieci. Scandendo bene ciascun numero con un cazzotto nei denti.

A letto sono un mostro: russo, sbavo e scorreggio.

Il mondo andava meglio quando He-man ci spiegava la morale al termine delle puntate del cartone.

Non mi interessa sapere come uno scoglio riesca ad arginare il mare, ma come faccia un pensionato a trovarsi in fila alle Poste sempre prima di me.

Cordialità, 
Il Triste Mietitore

sabato 27 settembre 2014

Uomini, donne, cessi


Avete una cena tra amici alle 20: la vostra ragazza inizia ad occupare il bagno per prepararsi dalle 15 del giorno prima. Cosa faccia lì dentro non è dato saperlo: ogni tanto vi giunge all'orecchio rumore d'acqua, di asciugacapelli e motosega. Emerge dalla toilette 3 secondi prima che dobbiate uscire. Per via dell'umidità la stanza si è riempita di piante che si trovano solo nella foresta amazzonica. Voi a questo punto avete appena il tempo di transitare davanti allo specchio, guardarvi, e scoppiare in lacrime. E siete comunque lo stesso in ritardo. 

Cordialità,
Il Triste Mietitore
(Ps: l’ho scritto mentre aspettavo che si liberasse il cesso)

mercoledì 24 settembre 2014

Pubblicità vs vita reale


Non è che guardi tantissima televisione, ma le poche volte che lo faccio quello che mi infastidisce di più è la pubblicità.
Non è solo dannatamente invasisa - uno spot ogni 42 secondi - ma mostrano anche situazioni così assurde ed avulse dalla realtà da rasentare il ridicolo.
Prendiamo l'esempio più tipico: la famiglia intenta a fare colazione, applicabile a qualunque spot di merendine o cereali.

Come ci viene rappresentata:

La madre, figura a metà tra un angelo dipinto da Botticelli ed una modella di Playboy, chiama la famiglia a tavola. Il cielo, ben visibile dalla finestra aperta della cucina, mostra un sole quasi allo zenit (devono essere circa le 11) e qualunque nuvola sembra essere stata bandita da questa cornice perfetta.
Il primo a raggiungere la donna è il marito, vestito di tutto punto e già con la 24 ore alla mano, che bacia l'angelo del focolare prima di accomodarsi sulla sedia. I bambini, due putti (sempre maschio e femmina) in età pre scolare, accorrono festosi dai genitori. Tra sorrisi e scambi di carezze e cortesie, si consuma il prodotto dello spot. La famiglia felice esce per andare in ufficio/scuola.

Com'è nella vita reale:

La scena inizia in camera da letto ed è un lungo peto del marito a scandire il gong di inizio dell'azione. La moglie al suono si sveglia, un essere metà incazzatura pre mestruale e metà sonno. Un filo di bava la lega ancora al cuscino, ed è solo uno sguardo alla sveglia - che segna un ritardo di 16 minuti - a recidere questo sottile filo che la teneva ancora legata al mondo dei sogni.
Con una bestemmia da camionista croato scuote l'uomo dal suo torpore ed apre le finestre. Non entra un filo di luce, essendo le 6:45 di un grigio mattino, ma almeno l'aroma di smog va sostituirsi all'acre odore dei gas intestinali appena emessi dal consorte.
La combo aria gelida + vista della moglie senza trucco non muovono tanto la mente dell'uomo allo stato attivo, ma piuttosto il suo intestino: indi per cui si alza ciabattando verso il bagno per accingersi all'antico rituale della poderosa cagata mattutina. La sua faccia è gonfia come quella di un feto e gli occhi ancora sigillati dalle caccole, che lascia cadere - novello Pollicino - nel tragitto verso il cesso.
In cucina, nel frattempo, la donna alterna imprecazioni alla moka che non fa salire il caffè con richiami coloriti ai figli che non si sono ancora alzati.
La lancetta dell'orologio gira inesorabilmente così come i coglioni. La moglie delega infine al marito, di ritorno dalla seduta, il compito di svegliare quel fannullone del figlio, un trentaduenne che vive ancora sotto il loro tetto. L'apparizione del padre ai piedi del letto ed i suoi bruschi inviti a muovere il culo vengono accolti dal ragazzo con un rutto: ha capito il messaggio. Ma il compito dell'uomo non è esaurito: con ampie falcate delle ciabatte raggiunge la porta della camera della figlia, che viene tempestata da pugni e sorde bestemmie. I suoi sforzi vengono presto ripagati: fa capolino una ragazzina di circa 15 anni, simile alla madre tranne per:
a) seno inesistente come la Padania;
b) pigiamone di flanella degli 1D.
La solerzia ed il garbo del padre vengono ricambiati dall'invito a fottersi nel culo con un frullatore ad immersione.
Tutta la famiglia è infine a tavola: tra suoni gutturali e residui di sfanculi si consuma la colazione ed il prodotto dello spot. Quando sorseggiano all'unisono il caffè, un suono basso e terribile proveniente dalle loro pance fa scattare la corsa verso il bagno. La più lesta a raggiungere il traguardo è la figlia, ironia della sorte anche notoriamente la più lenta ad uscirne. Seguono maledizioni a denti strette all'indirizzo della stronza da parte dei perdenti, che dalla stanza di ceramica ricambia con foga. L'attesa si fa spasmodica: nell'ordine cedono il figlio, che dopo 20 minuti dichiara a gran voce che andrà a cagare nel bar vicino all'ufficio ed il padre che decide direttamente di rinunciare al bidet ed a farsi la barba. Giunge infine il turno della donna, seconda solo alla figlia nel record di permanenza in cesso. Siccome non è rimasto più nessuno in casa e chi doveva darle un passaggio a scuola è ancora alle prese con rimmel e fondotinta davanti allo specchio, la ragazza si rassegna a fregare 50 euro per un taxi dalla borsa della donna ed esce. Lo spot si chiude 10 minuti dopo con ulteriori bestemmie alla scoperta del prelievo.

Cordialità,
Il Triste Mietitore 

photo credit: Dorli Photography via photopin cc

martedì 23 settembre 2014

Vicini di casa: un trattato serissimo


Introduzione:

“La vita dell’uom su questa terra, altro non è che una continua guerra.” - Nicolò Tommaseo
“Tieni i tuoi amici vicino ed i tuoi nemici ancora più vicino.” - Il padrino (parte II)

Ed i nemici spesso e volentieri ce li scegliamo proprio a distanza ravvicinata… i vicini di casa.
Non ho ancora trovato una agenzia immobiliare che, nella brochure dell’appartamento, scriva almeno due righe anche sui condomini che già vi abitano. Dovrebbe esserci una legge che le obblighi a rivolgersi ad un profiler dell’Fbi per stilare un dossier sulle persone in cui, volenti o nolenti, dovremmo imbatterci ogni tanto andando a vivere in quel condominio. Cerchiamo di catalogare e descrivere le varie tipologie di vicini, le loro caratteristiche ed i metodi per renderli inoffensivi.

L’arredatore:


Personaggio pressoché innocuo se abita l’appartamento davanti o sotto il vostro, nocivo e seccante come una sanguisuga attaccata ai genitali se il destino crudele e beffardo ve lo ha posto sopra di voi. L’arredatore impiega i weekend (ossia il sacro momento in cui potete rilassarvi) a cambiare la collocazione dei mobili di casa, degli scrigni egizi con mummia annessa a giudicare dai suoni lugubri che vi giungono all’orecchio.
Anche la domenica mattina, invece di andare in chiesa a santificare questo giorno per il bene della sua anima (che voi maledite tutti i giorni che Dio manda), questo maledetto stercorario dell’Ikea trascina strisciando sul vostro capo tutto l’arredamento il cui oggetto più leggero - l’abat-jour - pesa più di 100 kg. Ovviamente a partire dalle 7 del mattino.

Contromisure: inchiodate dal vostro soffitto tutti i suoi mobili (dovrete prima procurarvi una piantina di casa sua). Se siete fortunati, sforzandosi di spostare quella credenza resa inamovibile, gli cadranno le ernie sui coglioni.

Bigfoot:


Questo individuo ha una calamita nei piedi che fa convergere tutti gli stronzi dei cani del vicinato sotto le sue suole. In genere è cieco come una talpa e due volte più stronzo. Bigfoot riesce infatti a centrare ogni merda nel raggio di 5 km dalla sua abitazione e lascia le caratteristiche impronte su tutte le scale accompagnate da un pungente odore di periferia di Bombay. Chiaramente questo personaggio di solito abita all’ultimo piano e così riesce a rilasciare impronte (di ambo i piedi) definite ed alte svariati centimetri fin sull’ultimo gradino delle scale. Non si accorge quasi mai dei souvenir che si sta portando a casa e quando questo succede si pulisce le scarpe sul tappeto nell’atrio, riducendolo a uno stato pietoso e perpetrando l’odore almeno fino alla prossima assemblea condominiale. La sua nemesi naturale è la lavascale. La genesi del loro rapporto conflittuale è ovvia: è lei infatti che deve cancellare le tracce di quella scia sinistra, come se avessero trascinato per i piedi fino al solaio un cadavere che si stava cagando addosso.

Contromisure: sterminate tutti i cani del quartiere oppure fate fuori lui e datelo in pasto ai suddetti.

La zoccola:


Personaggio in via d’estinzione, è di solito una attempata signora - vedova - sulla settantina. La zoccola ha resistito senza sforzo al fascino ammaliante di tutte le pattine, infradito e ciabatte (pure quelle di Pluto e a forma di Grande Puffo) ed in casa indossa solo zoccoli di legno modello tirolese vecchio stampo, solitamente ricavate da un’unico ceppo di sequoia secolare (ciascuna). Se vi abita sopra, potrete sempre in ogni istante mappare i suoi spostamenti usando il rumore come sonar (con una precisione del centimetro). In piena notte il suono sordo e cadenzato delle sue deambulazioni verso il bagno vi provocherà incubi sul tristo mietitore venuto per la vostra anima. Purtroppo, a dispetto dell’età e delle fratture all’anca che le augurate ad ogni passo, la zoccola gode di un’ottima salute e mobilità e vi percorre sul capo - e metaforicamente sui coglioni - almeno 10 km al giorno.

Contromisure: questo personaggio una volta agganciato alle sue calzature è invincibile. Pur essendo facile da localizzare, essendo un bersaglio mobile, è difficile da colpire nell’ambiente domestico. Bisogna quindi agire prima del suo ingresso in casa, con una buccia di banana ben piazzata sul portone (e 50€ dati al netturbino per liberarsi del cadavere).

La cuoca:


Se il marito, entrando a casa dopo una giornata di lavoro, la saluta con le parole: “ciao tesoro, cosa c’è per cena?” la sta prendendo per il culo. Cosa stia cucinando lo si avverte a 2 km di distanza dal condominio, quello da cui si leva una nube color pece. Questa novella Nerone sta alla cucina come la Gelmini alla fisica nucleare. Inadatta ai fornelli, è così incapace da riuscire a bruciare perfino l’acqua della pasta. L’odore con cui impregna il condominio ad ogni pasto, nel più roseo scenario, fa supporre a frittata di ciabatte usate o pasticcio di topo morto di lebbra. Si esibirà spesso e volentieri in piatti poco invasivi come il baccalà in umido e la frittura mista di pesce il cui aroma - con quel tocco personale di incendio in una fabbrica di pneumatici - permane nell’aria almeno una settimana.

Contromisure: fatele trovare sullo zerbino la testa di Antonella Clerici come monito.

MecGaiver:


Ha sposato il Fai da Te come un credo, ma quello ha chiesto il divorzio dopo aver constatato che non riesce neppure ad avvitare una lampadina. MecGaiver non demorde e si propone entusiasta ogni qual volta fiuta qualche possibile richiesta d’aiuto. Prega in ginocchio la signora del terzo piano perchè le faccia dare un’occhiata alla lavatrice guasta (che irrompe in uno potente tsunami di Dixan al termine del suo intervento), si prostituisce pur di mettere le mani su quel cancello che cigola (che adesso si chiude a tradimento sulle mani del malcapitato di turno, amputandole di netto) e fa carte false pur di poter aggiustare il tostapane rotto del vicino (provocando l’interruzione della corrente per 6 ore proprio la sera del derby). La cassetta degli attrezzi di MecGaiver è grande quanto il guardaroba della regina Elisabetta e comprende tutti i più moderni ritrovati della scienza: dallo svitatore laser al trapano fotonico. In mani capaci - non le sue - sarebbero più che sufficienti per costruire una stazione spaziale orbitale. E’ proprio la volontà di sfruttare ognuno di essi che spingono questo soggetto a ricercare ossessivamente oggetti da riparare e genitali da rivettare. Generalmente ha una moglie che, ben conscia delle sue capacità, lo castiga a randellate ogni qual volta lo vede osservare per più di 2 secondi il frigorifero.

Contromisure: di solito è sufficiente aspettare, è probabile che prima di distruggere il condominio si elimini da solo morendo fulminato mentre cerca di sturare il lavandino (non chiedetevi come abbia fatto).

Giulietta:


Questa eroina drammatica è generalmente una adolescente, figlia di una famiglia medio borghese come tante. Incontrate Giulietta nell’atrio e lei è lì con il suo Romeo di turno, un rapper con i pantaloni il cui cavallo spolvera il pavimento. Passate imbarazzati abbozzando un ’ngiorno mentre i due si controllano le tonsille con la lingua. Il giorno dopo è nelle scale delle cantine, a sussurrare frasi d’amore nella patta di un gorilla palestrato con un tatuaggio grande come la cappella Sistina. Una sera la incrociate sul portone mentre scende dalla Mercedes di un cinquantenne brizzolato vestita con un abito la cui superficie è inferiore a quella di un fazzoletto di carta. Ogni qual volta vi imbattete in lei è sempre alle prese con passioni amorose degne dello Shakespeare più spregiudicato. Voi vorreste lasciarla alla sua interpretazione da Oscar, ma è lei stessa che interrompe la magia scenica per salutarvi educatamente (con sorrisetto malizioso annesso). Giulietta, insomma, non nuoce ai condomini con rumori molesti, odori oltraggianti o sporcando l’atrio: si limita a tenere una condotta morale che farebbe arrossire anche Teresa Orloski e Moana Pozzi durante le riprese di Analmente tua. Genera inoltre imbarazzanti quesiti nei vostri pargoli (mamma, posso chiedere anch’io un “mugolone” alla figlia dei vicini come quel signore? Deve essere un nuovo gelato!), istigazione alla pedofilia nei condomini maschi ancora attivi sessualmente, epici ed interminabili sermoni da parte delle signore più o meno bigotte.

Contromisure: bucate tutti i preservativi delle farmacie di quartiere.

BimboMinkia:


Di età poco superiore al lustro, il BimboMinkia è la gioia dei suoi genitori ed il dito nel culo dei restanti condomini. Se sentite un rumore di vetri infranti dalla finestra che da sul cortiletto, conoscete già il numero di scarpa del Maradona responsabile. Se compaiono scritte sgrammaticate a pennarello indelebile nelle scale, sapete già che porta dovrete abbattere a calci per reclamare giustizia. Ma lo scellerato teppista ha sempre i migliori avvocati sulla piazza a difenderlo, i suoi genitori che rispondono indignati che è impossibile che il loro angioletto sia sia macchiato di tali nefandezze.

Contromisure: si impone un buon corso accelerato di educazione stile vittoriano: prendete la piccola tenia della società a sculacciate finchè il vostro orologio che si ricarica con il movimento non segna le 22:55 del 7 Aprile 2017.

DJ:


Spesso coincide con il BimboMinkia, ma può anche essere un insospettabile signora in pensione o un giovane impiegato. Il Dj è probabilmente a scelta:
1. Sordo e con l’apparecchio acustico perennemente scarico
2. Incorreggibilmente stronzo.
Dal suo appartamento si levano continuamente cori di valchirie indemoniate o bassi da discoteca tali da fare tremare gli infissi e rivedere e correggere la teoria della deriva dei continenti. L’epicentro del terremoto che flagella il condominio è localizzabile nello stereo nella sua stanza: un oggetto con due casse alte come obelischi che nelle note più sorde assorbono più energia di quanta la Francia riesca a venderci. Ovviamente il suo repertorio musicale è sempre l’opposto dei vostri gusti: se amate la lirica vi assorderà con le note del cantante metal più satanico, se siete fan degli Iron Maiden saranno le rime baciate di un rapper a portarvi alla pazzia. Una variazione del Dj è il musi-Cista: un sadico che, non soddisfatto di sfracellare le gonadi con musica altrui, si diletta a strimpellare di tanto in tanto pezzi autoprodotti collegando una chitarra elettrica al suo impianto ciclopico.

Contromisure: tendetegli un agguato e castratelo, poi raccomandatelo al parroco di quartiere per il coro delle voci bianche.

Killer da ascensore:


Nessuno sa chi sia o che faccia abbia. Anche il sesso è indefinito. Si sa solo che si manifesta esclusivamente nei condomini dotati di ascensori, lasciando in queste le atroci tracce del suo passaggio. A volte può essere un pungente odore di loffia al borlotto, altre volte aroma di sigaro toscano frollato nel culo di una vacca oppure il caratteristico profumo di piedi formaggiati. Certe volte è l’innocuo odore di deodorante al mughetto, ma amplificato 100 volte con una potenza tale da rendere inutilizzabile a vita il naso di un cane poliziotto della narcotici. L’abbondanza e la contraddittorietà degli indizi rende impossibile anche solo disegnare un identikit del Killer da ascensore. C’è chi sospetta sia più di una persona e chi è certo si tratti addirittura di una setta.

Contromisure: forse la vostra stessa famiglia è coinvolta (vi ricordate di quella volta che vostra moglie ha cucinato 6 kg di pasta e fagioli?). Non indagate, certe cose devono restare nell’oblio.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

(Originariamente pubblicato nel 2012 sul mio vecchio blog che nessuno si è inculato e per questo lo ripropongo ora)
photo credit: rbatina via photopin cc

lunedì 22 settembre 2014

10 indizi che della tua macchina non te ne frega più nulla


La macchina per l'uomo è da sempre un luogo sacro simile ad un tempio, non a caso esiste dalla notte dei tempi il rito domenicale della pulizia degli interni/esterni. Dopo qualche tempo dall'acquisto però, questa sacralità vacilla e sorgono degli indizi emotivi - non fattori meccanici come il motore che si ingolfa o la frizione che stacca quando il ginocchio è talmente alzato da toccare l'orecchio - che ci mostrano come il cuore non sia più così attaccato alla vettura e che sia giunto il momento di comprarne una nuova:

  1. Lasci cadere le caccole, con gesto molle e decadente, sul tappetino invece di lanciarle dal finestrino;
  2. Se trovi un graffio sul paraurti alzi solo una spalluccia senza neppure bestemmiare l'intero calendario fino a farti venire un infarto;
  3. Non ti scomponi se qualcuno mangia uno snack all'interno dell’abitacolo, neppure se si tratta di popcorn, gelato, lecca-lecca o merendina al mu;
  4. Il posacenere è pieno fino all'orlo e tu hai smesso di fumare 6 mesi fa;
  5. Se un passeggero osserva che la macchina “fa uno strano rumore” ti limiti ad alzare il volume dell’autoradio fino a coprirlo;
  6. La parcheggi in posti potenzialmente rischiosi, come al centro campo dello stadio di Roma il giorno del Derby;
  7. Ti avventuri con disinvoltura su strade dissestate, come la scalinata di Piazza di Spagna;
  8. Quando la parcheggi, non torni più indietro dopo 10 metri per verificare se le portiere sono davvero chiuse;
  9. Lasci salire senza pensieri tua zia con il cane/gatto rognoso/pachiderma con la diarrea;
  10. La presti a tua moglie.
Cordialità,
Il Triste Mietitore

photo credit: Alexandre Prévot via photopin cc

giovedì 18 settembre 2014

Il papà di Renzi


Il padre di Renzi, al ricevimento dell'avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta, ha dichiarato: "sono sereno".
Che è un po' il modo di famiglia per dire che sono cazzi amarissimi.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

mercoledì 27 agosto 2014

Buñuel fa cagare

Qualche giorno fa ho involontariamente dato il via ad una discussione con questo tweet:

#MorivaOggi Luis Buñuel, regista. Ha girato dei film assurdi e senza senso, ma guai a dirlo o si passa per ignoranti.
Come ben saprà chi mi segue su Twitter, ogni mattina ricordo un personaggio il cui anniversario di morte ricorre quel giorno, a volte con ironia altre volte con rispetto a mia insindacabile discrezione.
In questo caso ironizzavo sul cinema surrealista, di cui Buñuel è uno dei più grandi esponenti, un genere un po’ di nicchia i cui film più rappresentativi probabilmente saranno stati visti solo da chi doveva dare l’esame di Critica del Cinema all’Università.
Chi ha visto pellicole come “Un chien andalou”, “L’âge d’or” e “Intolleranza: Simon del deserto” ha certamente attraversato 3 fasi distinte:
a) Si è fatto due coglioni così;
b) Ha probabilmente apprezzato il genio del maestro;
c) Si è vantato con qualcuno di averlo visto (facendo magari anche a lui due coglioni come mongolfiere) perché se le facoltà umanistiche sono utili a trovare lavoro come lo è una forchetta per bere il brodo, almeno che servano a fare apparire colti, per la miseria.
Ho visto i film citati ed altri appunto per un esame ed ho apprezzato il loro valore storico: sono provocazioni, veicoli di sensazioni forti volti a suscitare nello spettatore delle emozioni oniriche.
Tutto bello, ma secondo me il mezzo più efficace per questo scopo è la tela del pittore: non a caso sia Bunuel che Alfred Hitchcock - regista decisamente più mainstream - si sono avvalsi della consulenza di Salvador Dalì per le loro pellicole surrealiste (Hitchcock nella bellissima sequenza del sogno di “Io ti salverò”).
Consideriamo poi gli anni in cui si sviluppa questa corrente. Siamo attorno al 1930 e la computer grafica e gli effetti speciali sono fantascienza: la pittura si trova avvantaggiata rispetto alla pellicola a rappresentare sensazioni oniriche e situazioni surreali.
Per queste ragioni, nonostante abbia capito (almeno così è attestato sul libretto universitario) le ragioni delle pellicole surrealiste, a me non è che piacciano molto. Non mi piacciono affatto, anzi. Hanno certamente un valore storico e meritano di essere studiate, ma le trovo noiose.
Studiare qualcosa non significa che alla fine devi trovarti d’accordo e deve appassionarti. Studiare alcunché (la storia, l’arte, la fotografia, il cinema etc) serve a farti comprendere le ragioni di certe scelte ed il perché certi avvenimenti si sono verificati. Ma non implica affatto farli propri.
Mi è stato spiegato perché Pollock adottava quella bizzarra tecnica di pittura, lasciando cadere gocce di colore sulla tela. OK, ho capito cosa c’è dietro (di nuovo, il libretto universitario lo attesta), ma mi fa cagare lo stesso.
E’un problema personale che ho con le provocazioni artistiche (e con le provocazioni in generale): le apprezzo finché restano episodi unici, quando diventano una cosa ripetitiva, lunga, un marchio di fabbrica dell’artista divento intollerante. Nelle opere d’arte li sopporto un po’ di più perché è l’osservatore che decide il tempo delle visione; puoi trascorrere davanti ad un quadro di Dalì una giornata intera o solo 3 secondi: sei tu a decidere quando basta.
Un film invece, per poter dire di averlo visto, devi necessariamente aspettare almeno fino ai titoli di coda: non hai la possibilità di terminare esaustivamente l’esperienza prima.
Ogni quadro surrealista poi è una provocazione individuale, un film è un susseguirsi di provocazioni. Puoi guardare un quadro di Dalì, oggi ed un altro tra 2 settimane, ma “Un chien andalou” (nonostante sia composto da una serie di sequenze) è studiato per vedertelo tutto di fila. Provocazioni a raffica mi rompono.
E’ come se, per stupire gli amici durante una cena, ad un certo punto mi tirassi fuori il pisello. Farebbe ridere (sicuramente le ragazze) la prima volta, ma poi basta. Se passassi tutta la serata a tirarmi fuori l’uccello ogni due minuti, i miei commensali si stuferebbero e nella migliore delle ipotesi chiamerebbero la neuro.
Ripeto, sono gusti personali ed il gusto e le idee sono qualcosa che non sempre cambiano con lo studio e la conoscenza. Possiamo fare studiare ad un ateo la Bibbia, ma non è detto che questa lettura gli faccia credere in Dio. Possiamo costringere un leghista a vedere le condizioni dei paesi d’origine dei profughi, ma è improbabile che stracci la tessera di partito.
Sapere è una cosa, sentire è tutt’altro paio di maniche.
Tutta questa menata per dirvi solo che il tweet da cui tutto è partito era solo una battuta: se non vi piace fatevi i cazzi vostri che - come noto - si campa cent’anni.
Cordialità,
Il Triste Mietitore

martedì 26 agosto 2014

Elogio del barbiere

dal barbiere
Non c’è niente che odio di più al mondo di quelle che persone che mi criticano il taglio di capelli dopo che sono stato dal barbiere. Tra noi uomini è diverso che tra voi donne: basta che abbiate un singolo capello spostato di un mm a sinistra per fare partire un “Teeesooooorooo! Ma sei stata dal parrucchiere? Stai un amore!”. E poi corre a parlarvi male alle spalle con la vostra migliore amica. No, tra noi maschi non funziona così: devi proprio annunciare ai tuoi amici che sei appena stato dal barbiere, altrimenti nessuno se ne accorge. Questo anche perché portiamo lo stesso taglio dal 1937, tramandato gelosamente di padre in figlio.

A me ad esempio piace portare i capelli un po’ lunghi (al diavolo l’iconografia della Morte come un teschio calvo): intendiamoci, non ho una lunga treccia che mi frustra il culo ma neppure un taglio da galeotto delle pubbliche prigioni. Li porto tengo di lunghezza media, insomma, che mi faccio spuntare di tanto in tanto.
Ecco, detesto quelli che mi dicono, di ritorno dal barbiere: “Ma sei davvero stato dal barbiere? Ma te li ha tagliati poco! Quanto hai speso? 20 euro? Sono troppi, doveva tagliarteli di più!”.
Brutte teste di cazzo sceme come un mulo e due volte più brutte.
Un barbiere è un’artista e l’arte non si giudica ad un tanto al metro. C’è un aneddoto su Michelangelo, al quale un mercante aveva commissionato un busto. Una volta che questo fu completato, il committente tentò di tirare giù il prezzo stabilito cercando di calcolare il numero di ore effettivo che l’artista aveva impiegato. Michelangelo un po’ lo stette a sentire, poi prese un martello e spaccò il busto: il valore dell’opera di un’artista non si conteggia in quel modo!
Con questo non voglio dire che il mio barbiere sia paragonabile a Michelangelo: non è uno scultore, ma un maestro Zen. Già, perché entrare nel suo salone mi rilassa come potrebbe fare solo una cerimonia del tè giapponese.

Entro e vengo accolto da una buona musica: non quella della radio, ma una selezione di artisti jazz i cui cd mixa di persona. Le poltrone per i clienti in attesa sono morbidissime e di solito ci vado solo quando ho almeno un paio di persone davanti, per godermi l’attesa. Su di uno scaffale tiene delle riviste per i quelli che aspettano il loro turno: ci sono numeri di Focus, Tex, Topolino – io leggo sempre questi – e Dylan Dog. In una atmosfera rilassante l’attesa non mi pesa, anzi, è un piacere, un dolce preludio.

Quando viene il mio turno mi accomodo sulla sedia, mi viene messa una mantellina ed arriva la fatidica domanda: “Come li facciamo?”. “Una spuntatina” e seguono sempre le solite domande sulla lunghezza della frangia, se voglio le basette sfoltite o rasate e come li preferisco dietro. Un cosa importante da precisare: il mio barbiere è un fine psicologo. Se vede che hai voglia di fare due chiacchiere si rivela un abile intrattenitore, spaziando dalla situazione politica, all’economia ed al gossip. Se si accorge che vuoi farti i cazzi tuoi, aprirà la bocca solo per informarsi su come vuoi i capelli e per comunicarti quanto hai speso.

Si incomincia dunque con il taglio: ha 36 forbici e non ti puoi alzare finché non le ha usate tutte. Le sforbiciate hanno un andamento ritmico con pause sempre uguali da 30 anni a questa parte. Ti mostra con uno specchio il risultato ed attende la tua approvazione prima di passare alla fase successiva: il rasoio. Ne ha uno modello Sweeney Todd, la cui lama esamina e cambia ogni volta: anche questo gesto fa parte della cerimonia. Con il pennello da barba dimostra davvero di essere un maestro in questa nobile arte: affonda rapidamente l’indice della mano destra nel sapone mentre con la sinistra inumidisce le setole sotto l’acqua e forma la schiuma con gesti eleganti e decisi, sempre identici nel tempo. Seriamente, potreste cronometrarlo: lo sgarro massimo tra un’esecuzione e l’altra è al massimo dell’ordine del decimo di secondo. Dopo il piacevole brivido della lama sulla pelle ti spruzza il dopobarba, che da quanto brucia direi essere una miscela di assenzio e benzina verde: una veloce phonata, spazzola, pettine ed un po’ di gel (a discrezione).

Ti toglie la mantellina ripulendoti con un pennello dei capelli tagliati, un po’ di talco e l’esperienza è finita. Va nel retrobottega a prendere scopa e paletta, le appoggia vicino a sé e ti prepara la ricevuta. Ha sempre fatto così: mai una volta che abbia accennato a spazzare per terra prima di presentarti il conto. Mai. Anche poi la cifra è sempre rimasta immutata: 15 euro solo taglio, 20 con shampoo.

Esci dalla sua bottega felice, rigenerato nel corpo, nello spirito e nella chioma. Artisti come lui non ce ne sono e non ne nasceranno più. Quando andrà in pensione mi farò davvero crescere i capelli così lunghi da frustrami il culo mentre cammino.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

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